I cantori della BEAT GENERATION

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Quella corsa in cui persi il tempo.
di Luca Volpe

Era da poco iniziato Novembre, in quella città dolente ed agonizzante. Andavo in giro per le vie del centro, tra bar e negozi d’abbigliamento. Non conoscevo bene il motivo per cui mi trovassi lì, ma non me lo chiesi. Le mie gambe si muovevano veloci. Lunghi passi battevano la strada con un ritmo incalzante. Era sera e faceva freddo. Tenevo le mani sprofondate nelle ampie tasche del cappotto ed il viso chino sul lucido e nero asfalto.

Il viale era colmo di gente. Tutti sembravano impegnati in qualche conversazione. Scambi d’opinione su temi d’attualità o previsioni per il prossimo futuro. Sentii ciò di cui discutevano due uomini, seduti al tavolino di un piccolo bar dell’angolo. Parlavano del mondo. Ed apparivano più preoccupati di quanto in realtà non lo fossero. Scongiuravano tragedie. Vittimismo straripante. Mi fermai improvvisamente e senza alzare lo sguardo, mi avvicinai e diedi loro il mio assenso. Dissi che credevo le medesime cose ma che tutto ciò non mi preoccupava affatto. Salutai e continuai per la mia strada. Mi mostrai soddisfatto della saggezza che avevo ostentato. Mi ero dimostrato decisamente superiore. Avevo fatto capire loro di non aver la minima paura della minaccia più grande che si sarebbe potuta prospettare.  Sentii quei due che parlavano del mio intervento e che si convincevano che dopotutto avevo ragione. Mi convinsi fermamente della loro incompetenza: non erano sicuramente in grado di analizzare a dovere un tema scottante come quello che avevano inizialmente avviato e mi rimproverai d'essermi immischiato in una conversazione così misera.

Proseguii la mia passeggiata fin quando, passando dinnanzi ad una chiesa, mi accorsi che l’orologio segnava le venti. Accelerai il passo e poco dopo mi accorsi di star correndo. Urtai violentemente diversa gente, ma non mi curai assolutamente degli improperi e delle maledizioni che mi gettavano dietro. Era tardi ed ero in ritardo. Correvo. Veloce come il vento abbattevo il muro dell’indifferenza e sfrecciavo tra gli sguardi increduli della gente. Mi accorsi di aver urtato e fatto cadere un’anziana signora con un sacchetto della spesa tra le mani. Dovetti fermarmi. Tornai indietro, nel luogo dove la donna, distesa per terra, era circondata dalla sua frutta e dalla sua verdura. Sentivo addosso gli sguardi di tutti coloro che avevano assistito a quella insolita scena e mi imbarazzai tanto da scoppiare in un pianto dirotto. Piangendo raggiunsi la donna e mi inginocchiai. Non riuscivo a rivolgerle lo sguardo. I suoi occhi, invece, erano ben saldi sul mio. Occhietti impercettibili dai quali sgorgavano violente vampate di odio. Piangevo ininterrottamente e singhiozzavo una breve preghiera. Lentamente. Le mie parole scandivano ogni sillaba ed il tutto andava assumendo un’aria solenne e certamente -ne convengo- assurda. Terminai quell'oscena supplica e la ricominciai, con lo stesso fervore e la medesima eccitazione. Le lacrime mi annebbiarono la vista. l'odio mi intorpidì i sensi. Vittimismo straripante. Non senza problemi scorsi la sagoma di un vigile. Una sagoma che si faceva sempre più vicina. Grande. imponente. Maestoso. La sagoma parlò. Mi chiese cosa stessi combinando. Strofinai gli occhi con le mani e lo vidi. Un angelo in divisa. La sua autorità mi intimoriva. Gli ero soggetto. Accadde nuovamente: i miei occhi ricominciarono istintivamente a lacrimare.

Il tempo sembrava essersi fermato. La gente, immobile, assisteva alla scena in silenzio. Un impaziente silenzio. Poi i rintocchi. Ad un tratto i rintocchi delle campane della chiesa si diffusero per tutta la strada. Erano le otto, e mi ricordai di essere in ritardo. Mi alzai improvvisamente. Raccolsi un’arancia da terra e fuggii, fuggii lontano. A gambe levate. Riuscivo a sentire ancora la rauca voce del vigile. Mi intimava di fermarmi ma non avevo proprio il tempo per farlo. Ero in ritardo.

Correvo. Correvo ancora quando scorsi in lontananza il posteggio degli autobus. Mi fermai ad esaminarli, uno per uno, nel tentativo di riuscire a distinguere tra tanti, quello che avrebbe placato l'amarezza. L’ultimo della serata. Riuscii ad individuarlo. La mia salvezza. Lì ad aspettarmi. Ripresi a correre.  Correvo lungo la ripida discesa senza fine. Ed era lì, ad aspettarmi.

Lo vedevo, fiammeggiante, pronto per partire. Aspettavano tutti me. Era naturale. I miei passi si facevano più leggeri e le preoccupazioni volavano via con l'angoscia.

Udii improvvisamente qualcuno che mi chiamava a gran voce. STOP. Davanti a me un’uomo. O quasi. Erano due enormi baffi grigi quelli che mi stavano parlando.

- Ha perso questo -  mi disse.

Guardai meglio l'affare che Baffigrigi mi stava cordialmente porgendo e lo riconobbi: il mio orologio da tasca.

- Al diavolo. Lo tenga!

Non avevo tempo per pensare a queste cose. Non ce ne sarebbe più stato

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